Il signore della legna e la stazione di Greco Pirelli
Era un martedì, o forse un altro giorno feriale di una settimana grigia di un tempo in cui andavo in treno da qualche parte alla mattina presto. Sul ritorno passavo quasi sempre o spesso dalla stazione di Greco Pirelli, uno scalo in apparenza abbandonato, su un lato una fila di macchinari o vagoni o argani rotti, resti di archeologia industriale che mi facevano pensare a brachiosauri con i loro lunghi colli rugginosi slanciati verso il cielo opaco, dall’altra parte binari morti che si spingevano fin dentro cortili polverosi di depositi verniciati di giallo, coi recinti scrostati e le pantegane a fare la guardia.
Per arrivare al sottopasso bisognava camminare sulla banchina per centinaia di metri, lontani dalla stazione, da tutto e da tutti. C'era la nebbia, la scighera come si dice da queste parti, e non si vedeva quasi niente intorno, solo i binari morti, i depositi gialli e sul selciato un foglio di carta stropicciato e un po’ sporco che al passaggio di un treno si era alzato e stava volando via, in mezzo ai binari.
Per qualche motivo che non saprei dire ho fatto tre passi di corsa e l’ho fermato mettendoci sopra un piede prima che cadesse dentro il terrapieno, salvandolo dal baratro e, forse, dall'oblio.
C’era scritto qualcosa, che ti riporto fedelmente qui sotto, mio caro lettore, lo sai chi è l'autore?
in treno, sulla via del ritorno, siedo accanto a una donna mulatta col cappotto di cammello e un cappello a tesa larga, profumo persistente, doppio telefono (di cui uno preistorico, simile al mio vodafone rosso d'antan, con il coperchietto a sollevarsi sopra la tastierina e uno schermo monocromatico o poco più) e settimana enigmistica. che ci sia dell'alterigia, una parvenza di nobiltà altezzosa, mi doveva esser chiaro già dallo sbuffo col quale sposta le cose, borsa cappotto cappello, per darmi modo di sedere nel posto accanto al suo. è in corso un dramma familiare. nel complesso, castello, maniero, residence nel quale la immagino abitare, è comparso senza farsi annunciare, entrando probabilmente di soppiatto, il famigerato 'uomo della legna'. l'uomo è poi rimasto imprigionato, da quanto ho carpito dalle conversazioni telefoniche, all'interno del maniero, senza più riuscire a superare la fatidica 'sbarra'. la donna chiama più volte familiari (figli, credo), chiedendo loro di aprire al signore della legna in modo che possa uscire, sacramentando per il mancato preavviso, sempre più tesa, sudando copiosamente, digitando nervosa sopra le tastiere virtuali e non, cercando di indirizzare l'interlocutore verso la ricerca delle chiavi, implorandolo con tono sempre più concitato di recarsi al piano di sopra da tale 'mimun', perché accondiscenda all'apertura della fatidica sbarra e consenta al legnaiuolo di uscire, finalmente. riceve a un certo punto persino una telefonata in lingua inglese: risponde a tono, anche se nel mezzo del discorso infila una 'sbarra': I get the keys to open the sbarra, o qualcosa del genere. mimun sembra irrintracciabile, come pure il mazzo di chiavi, e l'uomo della legna persiste in cattività, suo malgrado. che disastro, dirà la donna a un tratto. infine, non si capisce bene come, il dramma si scioglie, l'uomo della legna riesce a mettersi in salvo, forse grazie all'intervento di mimun, il nostro tenerissimo deus ex machina: sta di fatto che la donna concluderà il giro di telefonate con delle scuse, un 'non succederà più' e un 'è stata tutta colpa mia che ho dimenticato le chiavi'. e per chiudere, compilerà un paio di righe orizzontali della settimana enigmistica, della quale giunti a questo punto voi sfaccendati lettori vi sarete certamente dimenticati.
- Creato il .
