Per un piatto di lenticchie - Cronache dal coronavirus
Scrivo queste scritturine per ridere, son mica vere davvero. Magari un po’ esagerate, vabbè. Son fatte per tenerci su di morale in questi giorni di incertezza su quello che ci succederà. Comunque non portatemi le arance ma tavolette di cioccolato fondente.

Per un piatto di lenticchie - Cronache dal coronavirus
Se sopravviviamo al coronavirus ma trovate mia mamma morta per un a serie di colpi d’ascia, confesso che sono stata io. Lo dico subito, non so quanto posso tirare avanti, ma se dovesse succedere sappiate tutti, amici, fratelli, colleghi, vicini di casa e semplici conoscenti, sappiate che non ho fatto apposta.
Son giorni difficili per molti ma non per me, dato che faccio sempre il solito lavoro nelle stesse modalità: lo smart working per me è la regola da sempre, ho solo spostato la scrivania di quattro metri.
Stamattina quindi stavo lavorando e come sempre faccio almeno due cose in una volta: un incontro con due persone su skype e intanto il completamento di un altro lavoro urgente condito con qualche piccolo malfunzionamento di una piattaforma a pagamento e chat con il relativo servizio di assistenza.
Amo il mio lavoro, soprattutto quando si tratta di risolvere problemi, scoprire perché si verificano anomalie, riesco a tenere un alto livello di concentrazione e faccio girare le clavette come una giocoliera atterrando un sorriso e un oplà.
Alle undici e un quarto arriva mia mamma, dimmi cose devo fare, devo fare da mangiare, cosa faccio.
Mamma è presto, ho da fare, ci pensiamo dopo. Torna alle undici e diciassette, poi alle undici e diciannove, dimmi cose devo fare.
Mamma oggi facciamo le lenticchie, adesso vengo di là e le mettiamo su.
Lei mi guarda con sufficienza, non si fa mica in tempo, è tardi!
Mamma, basta mezzora, lei scuote la testa, io vabbè, interrompo un attimo la riunione, taglio la cipolla, la faccio rosolare con un po’ d’olio, metto le lenticchie, acqua, dado, passata di pomodoro, le metto su col fuoco allegro così poi le spengo, intanto ci metto anche il coperchio e mentre cuociono torno al lavoro. Dopo un quarto d’ora circa finisce la riunione, vado a vedere a che punto sono le lenticchie e sono spente.
Mamma, perché hai spento le lenticchie?
Non sono stata io! Io non ho fatto niente!
Va bene, è mezzogiorno, c’è tutto il tempo, le riaccendo ma tu non toccare niente eh, mi raccomando.
Cosa devo fare?
Niente, non fare niente che ci penso io.
Torno a lavorare, ho quattro cose da fare velocemente: si tratta di interventi non lunghi ma di concentrazione, ma io sono svelta, dopo dieci minuti ho finito e torno a vedere le mie lenticchie.
Spente.
Gesù bambino fammi contare fino a centoventisei, fai un salto fanne un altro fai la riverenza fai la penitenza.
Mamma, per favore non spegnere le lenticchie, se no non cuociono e non abbiamo niente da mangiare. Per favore, non spegnerle, ok?
…
Ho ancora solo una cosa da finire, solo le dodici e quarantacinque, due minuti e torno in cucina.
Le lenticchie non sono più sul fornello dove cuocevano prima. Il fuoco è spento. La tavola non è apparecchiata, c’è ancora la tazza della colazione di mia mamma, quella che le ho preparato stamattina prima di mettermi al lavoro. Le lenticchie sono fredde. Fredde e dure. Insomma, crude.
Tiro fuori un pomodoro, apparecchio, metto sulla piastra due fettine di pollo che avevo tolto dal freezer.
Mamma, perché mi fai questo? Perché hai spento ancora le lenticchie? Mamma, vedi, sono crude, ma se non le avessi spente sarebbero cotte adesso, e invece non le possiamo mangiare.
Perché lei hai spente, mamma, perché?
Non lo so, non ho fatto apposta.
- Creato il .
