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Un racconto con due finali dal laboratorio di Paolo Cognetti - La data di scadenza è indicata sulla confezione - FINALE B

Pagina 4 di 4: La data di scadenza è indicata sulla confezione - FINALE B

Molti anni dopo Simone sta guidando un vecchio Land Rover su una pista di sabbia compressa. L'aria che entra rovente dai finestrini aperti suggerisce colate di metallo arancione brillante. La polvere passa sotto le ruote e si sfoglia in nuvole nel lunotto posteriore. Il picco di Menelik è poco più avanti, quattro, cinque chilometri da percorrere a passo d’uomo. Non ci sono ostacoli, non ci sono curve ma le nocche sono bianche tanto stringe il volante. Trattiene i suoi pensieri con la stessa intensità, li strizza dentro i due solchi segnati sulla strada. Un movimento involontario gli fa vibrare il sopracciglio destro.
Arriva al picco poco prima di mezzogiorno, ci sono 50 gradi all'ombra, la sua. Il caldo è una presenza corporea che schiaccia i polmoni a ogni respiro. Intorno è tutto un piatto nulla di sabbia e sassi rossi, il sole è quasi allo zenit e niente si muove.

Il picco è uno spuntone di roccia che emerge dalla sabbia, ha le dimensioni di un palazzo neanche tanto alto, sette otto piani a occhio. Simone gira indietro l'ala del berretto, raccoglie una manciata di sabbia rosa e fine come cipria e se la strofina sui palmi mentre guarda attentamente la parete. Scruta ogni asperità per valutare il punto buono dove partire all'attacco. Gira intorno alla base, piega la testa di lato, stringe gli occhi e sceglie il versante nord che gli promette un migliore contrasto d’ombre.

Senza distogliere lo sguardo dal masso si spoglia, via i pantaloni larghi, la camicia cachi, via gli scarponcini e le calze che vanno a raggiungere in volo il resto degli indumenti sul cofano polveroso. Rimane solo con i boxer, tanto chi lo vede. Se lo vedessero lo prenderebbero per matto, nudo al sole sahariano, ma lui ha la pelle dura e poi è già abbronzato. L’unica concessione al buon senso sono gli occhiali scuri. Beve mezzo litro dalla borraccia e si ferma davanti alla base della parete, stropicciandosi le mani sabbiose.

"A noi due cazzone di un Menelik". Con le braccia e le gambe spalancate si avvinghia alla guglia di pietra, ogni muscolo contratto, concentrato nella salita.
Menelik è il nome che ha dato a questa formazione rocciosa la prima volta che l'ha vista. Non lo sa come si chiama. Ha provato a chiedere, sembra che non ce l'abbia un nome. Troppa fatica per la gente del posto nominare luoghi che nessuno frequenta. Qui è una fatica fare qualsiasi cosa.
Simone sale piano, si sposta a destra o a sinistra a seconda degli appigli, le dita delle mani e dei piedi aderiscono alle asperità, il sudore gli frigge lungo la schiena, l'aria è immobile. Il tic al sopraciglio è passato.
E' questa la vita che ha scelto per sé, una sfida quotidiana contro la natura. Un poema epico che si racconta fin da ragazzo, dove lui è l’eroe puro e invincibile, i buoni sono deboli, le bestie sono feroci. E cattivi hanno un bersaglio rosso disegnato sul petto. Nonostante i quattro anni di cooperazione non riesce ancora a uniformarsi alla filosofia locale del minimo spreco di energie, lui tira al massimo da sempre. A fondo scala. Si è costruito una posizione sgobbando senza risparmi. Già da quando frequentava l'università spendeva tutte le vacanze a scaricare camion sotto diversi soli equatoriali. Aveva scelto scienze e tecnologie alimentari apposta, assecondando la speranza di suo padre che lo vedeva a dirigere l’azienda. Non era stato facile fargli accettare il distacco, a ogni missione sempre più lungo. Augusto ancora lo aspetta, chiuso nel gabbiotto di vetro. Anche sua madre lo aspetta ma in modo diverso, senza pretese. Quello è un legame che non si spezza anche se si sceglie una vita senza legami.

Ora è il più giovane tra i responsabili della sua associazione. Potrebbe far valere i suoi principi. Potrebbe. Quando sei piccolo giuri che da grande non mangerai più uno spinacio nemmeno se ti ammazzano e poi va a finire che ti piacciono e li ordini pure al ristorante. A lui non piace per niente ingoiare compromessi. O non ha ancora imparato, O non è adatto per questo lavoro. O non è adatto e basta.

Arrampica piano piano quel suo sassone caldo, ogni tanto guarda in giù per valutare quanto ne ha domato questa volta. Si concede un'ora ogni tanto, raramente due. Poi deve tornare ai suoi doveri di capo, che già la parola gli mette il malumore. Viene qui al picco quando ha un po' troppe energie da dissipare, si dice con un sarcastico eufemismo.
Stamattina per la rabbia stava per alzare le mani su un collaboratore locale. Non ce la fa a sopportarla quella rassegnazione impermeabile. E’ la terza volta che l'inventario del container non coincide col contenuto, ha controllato e ricontrollato. E non sono piccoli ammanchi. Un terzo sul totale. Le derrate che ricevono bastano appena per mantenere il villaggio al livello di sussistenza, ogni sacco di farina in meno vuol dire pance vuote alla sera, stomaci che brontolano la notte, zero energie al mattino. Non c’è un’economia locale, non si può coltivare. Fabbricare poco. Allevare pochissimo. Quelle mance coatte che vengono prelevate a ogni frontiera gli fanno venire voglia di spaccare tutto.

Simone lo sa che l’alternativa sarebbe perdere tutto il carico. Lo sa bene che se si impuntasse, se denunciasse, se combattesse in campo aperto le rappresaglie non si farebbero attendere. Potrebbero esserci anche botte e violenze.

Simone sa anche che questa è una guerra tra poveri. Chi ruba il riso, la farina, il latte in polvere lo fa perché ha fame o lo rivende per pochi soldi a chi ha fame. Non tocca a lui decidere chi ha più fame. O forse sì, forse è per decidere chi ha più fame che è stato mandato qui, che è stato promosso capo. No, è stato promosso perché nessuno ci vuole stare in questo trailer dell’inferno, gli è rimasto il cerino in mano, ecco la verità.

E poi non è neanche così. Fanculo.
Scende con un salto gli ultimi tre metri. Si attacca alla borraccia, l'acqua tiepida gli accarezza la gola.
Viene qui per sbollire la rabbia e per pensare. Soluzioni facili non ce ne sono e se ci fossero non farebbero per lui.

E' già buio. Sono passate da poco le sette, Simone entra nella piccola costruzione di mattoni crudi che chiama casa e si spoglia, assaporando già il piacere della doccia serale. Ma prima deve riempire il serbatoio, una tanica che ha appeso all’aperto, sul retro: pesca in un’altra più grande posata a terra. Sono venticinque pompate per cinque minuti di goduria.

Si toglie le scarpe e si massaggia i piedi secchi, sta mentalmente facendo i conti di quanti calzini puliti gli sono rimasti. E' seduto su una stuoia, non ci sono sedie né tavoli nella sua casa. La sua casa è una stanza, una porta senza porta e una finestra senza finestra. L'unico mobile è uno scaffale metallico dove ha sistemato la roba in ordinate pile, qualche scatola da scarpe per la biancheria. Il gabinetto è altrove. Avrebbe potuto abitare nella foresteria degli uffici, dove c'è qualche stanzetta spartana, il generatore per la corrente elettrica e soprattutto le porte, ma appena arrivato aveva preferito stare con la gente e poi gli era piaciuto qui. L'unica variante alle abitazioni dei profughi è l'amaca che ha teso sotto la finestra, lo tiene staccato da terra e gli sembra di stare più fresco.

Gli arriva il parlottare sommesso dei vicini. Sono tutti riuniti intorno ai catini del cous cous, nelle tende davanti alle case. Stasera è troppo stanco per unirsi a qualche famiglia, si aprirà una scatoletta di tonno qui da solo, ma prima la doccia, oh sì.

Un fruscio di stoffe interrompe i suoi pensieri

“Amina, sei tu?” dice allungando la mano verso la torcia. La risposta arriva prima della luce: “Simon, vuoi venire a bere il tè questa sera con noi?”

Amina è la figlia di Aziz, uno dei collaboratori locali dell’associazione. Un amico. Un fratello, direbbe Aziz.

“Sono stanco. Mi faccio la doccia e poi vado a dormire. Ringrazia la mamma per l'invito, e dì a papà che domani mattina gli devo parlare.”

La ragazzina non risponde, rimane per un po' ferma sulla soglia, una sagoma nera nel buio. Subito dopo sparisce.

Questa sera c'è la luna, si può fare a meno della lampada. Simone esce con l'asciugamano sui fianchi, gira intorno alla casetta e aziona la pompa a mano. Finalmente si abbandona allo scroscio dell'acqua, si strofina i capelli con gli occhi chiusi, si massaggia il corpo per togliere la polvere e il sudore della giornata. Quando l'ultimo rivolo è finito si volta per prendere l'asciugamano e gli sembra di vedere un lembo di stoffa sparire dietro l'angolo, ma è solo un attimo. Aguzza gli occhi e non c'è nulla, solo l'ombra di una nuvola spinta dal vento. Sospira. Si è abituato a tutto tranne alla mancanza di privacy.

Amina è seduta a gambe incrociate sulla stuoia, davanti a lei il bricco e i bicchierini. Ha acceso la lampada a olio, ha piegato i vestiti che Simone aveva gettato in un angolo.

Simone scuote la testa. “Amina, Amina” Lei sorride, il bianco degli occhi luccica, le sue piccole mani esperte versano il liquido scuro. “Com'è andata la tua giornata?” le chiede sedendosi. Amina gli porge il bicchierino, “bene” fa una risatina e abbassa gli occhi.

Il tè è forte e amaro, lo manda giù in un sorso e butta fuori il fiato in un mezzo colpo di tosse.

Amina sta già preparando il secondo. “Amaro come la vita, dolce come l'amore e soave come la morte” dice lui, restituendole il bicchierino. Lo dice ogni volta. Sono noioso, pensa. O forse no. Qui è normale la ripetizione degli stessi gesti antichi, delle stesse parole. Nessuno si sogna di scherzaci sopra.

Però gli ci voleva, sente la stanchezza sciogliersi in pigro rilassamento. Beve il secondo con più piacere e allunga le gambe, appoggiandosi alla parete. “Cosa si racconta, Ami?” La ragazza sta mescolando con un bastoncino nel bricco, assorta nei suoi movimenti sobri, precisi. “Non lo so cosa si racconta” dice poi, “Racconta tu”.

Simone beve il terzo tè, quello soave, prima di fare qualsiasi altra cosa, è la regola. Non ha nemmeno più fame. Ha solo sonno, ma è presto per andare a dormire.

"Sei stata gentile a portarmi il tè. Stasera sono troppo stanco per raccontare. Vai a casa Amina. Va bene?”

Amina abbassa la testa. Stringe le labbra, zitta. Prende i bicchierini, il bricco, le cose per il tè e va via senza far rumore.

Simone sorride. Che bella ragazza che s'è fatta.

Prende un libro dallo scaffale, lo apre alla pagina piegata con un'orecchia e si accorge che deve rileggere lo stesso pezzo di ieri sera. Dopo mezz'ora è cotto e si butta sull'amaca. L'aria tiepida lo accarezza. Chiude gli occhi sulla visione del sorriso di Amina, i denti bianchi che risaltano nella notte.

E’ un'altra volta notte nel deserto. Simone è sotto la doccia. Oggi è stato ai depositi della Mezzaluna Rossa a controllare la consegna di un carico. Ha guidato quattro ore sullo sterrato e ha lavorato otto ore nei capannoni roventi, più una lunga riunione sulle procedure burocratiche per il prossimo gruppo di bambini che devono andare ospiti in Italia. E nell’inventario della merce arrivata mancavano centocinquanta chili di farina. Una giornata da mal di testa. Ha in mente solo la sua amaca, gli si chiudono gli occhi. Il sopracciglio destro si muove per conto suo. Ma è contento perché durante una sosta è riuscito a comprare dei regali per Amina e Shinta, sua madre. Due stoffe stampate a mano, grandi fiori blu per Amina, motivi arancioni per Shinta.
Amina quasi ogni giorno viene a casa, porta il tè, o dolci di datteri e miele, rassetta, pulisce. Lo fa quando lui è fuori, lo aspetta quando torna. E' inutile protestare, lei sorride, dice sì ma fa come vuole. E poi, perché protestare? Gli fa piacere trovare pulito e anche scambiare qualche parola in italiano, si sente meno solo. Per quanto fisicamente solo non è mai. Si tratta di altro, lo sa e non vuole pensarci.
Si strofina gli occhi sotto il getto dell'acqua e la vede. E' in piedi a meno di un metro. Lo sta fissando seria.
"Amina!” grida voltandole le spalle di colpo “sei matta!”
Prende l'asciugamano e cerca di coprirsi. C’è ancora acqua nella tanica e ha un istante di esitazione. In un fiato lei gli è vicina. E’ dietro di lui. Gli passa un dito sulla schiena bagnata. Lo fa scorrere lungo spina dorsale, dalla nuca giù tra le scapole e poi giù sui lombi. Giù.
Simone si spinge per quel poco di spazio rimasto, è contro il muro.
“Amina! Ti prego.” manda giù un fiotto di saliva, “non fare la sciocca. Vai a casa.” Cerca di fare la voce dura ma gli esce roca, è l’imbarazzo, è la stizza per la sua immediata risposta anatomica al contatto.
Volta la testa e non la vede più. E' uscita dal cerchio di luce della lampada, non è detto che si sia allontanata. Simone è irritato. Non potrà più godersi in pace la sua doccia privata. Dovrà cambiare le sue abitudini.
Rientra in casa, va spedito allo scaffale a cercare qualcosa da mettersi addosso. Lei è accosciata davanti al necessario per il tè.
“Adesso girati, per favore. Che mi devo vestire.” Si infila i boxer e un paio di calzoncini, tenendola d’occhio.
”Ascoltami bene.” Si siede davanti a lei, le gambe incrociate, le agita l’indice vicino alla faccia.
”Non ti permettere mai più di spiarmi mentre faccio la doccia. Hai capito?” Lei sostiene il suo sguardo, seria. Le trema appena il labbro inferiore.
“Simon” dice in un soffio. Abbassa la testa.
"Ti rendi conto che non puoi più fare questi giochetti?”
"No”.
"Dai. Non sei più una bambina.”
Lei alza gli occhi. Scintillano. Le ombre della lampada marcano i suoi lineamenti.
“Simon”, dice ancora.
Lui curva le spalle, scuote la testa.
“Non si fa. Lo sai che non si fa.”
Lei si china ancora più giù, stringe le labbra. Una goccia cade sulla stuoia e un’altra e ancora, un tremito le scuote la schiena, si accuccia su se stessa e singhiozza senza voce.
Simone sospira. Adesso non può nemmeno mandarla via bruscamente, dovrà aspettare che si calmi almeno un po'. Domattina dovrà prendere qualche provvedimento. Forse parlerà coi genitori. Ma non è tanto semplice spiegarsi col loro francese approssimato, è una cosa delicata, anche un po' ambigua. O forse non dirà niente e si sposterà nella foresteria. Non gli piace, ma si dovrà adattare. E' come andare in bicicletta su un filo teso tra due palazzi. Che fesso che è stato. Avrebbe dovuto mantenere un distacco più professionale. Gli urgeva di integrarsi e l'ha fatto, anche troppo. Ora deve riprendere il controllo.
Sospira ancora. Le striscia vicino. Le mette una mano sulla schiena.
“Amina”.
Lei alza il viso, prende la sua mano e se la passa sugli occhi bagnati, se la preme sulla guancia. Se la preme sulle labbra.
“Amina. Ti prego. Non fare così.”
“Sssht” gli scivola addosso, gli si rannicchia sotto l’ascella e con la sua mano si accarezza ancora la faccia.
“No. Basta.” Lui si stacca, ritira la mano e la nasconde dietro la schiena.
“Non si può fare questo.”
“Perché no? Non ti piace?”
“Che c’entra. Non si deve fare e basta. Non fare finta di non capire.”
“A me piace.”
“Eh. Lo sai che al mio paese mi metterebbero in prigione? Non si fa e basta.”
“Non siamo al tuo paese.”
“E’ lo stesso.”
“Perché?”
“Perché sei una bambina” appena finita la frase Simone si morde la lingua, ma ormai è andata.
“Ah ah, non sono più una bambina, l’hai detto tu!”
“Lo vedi? Sei una bambina che piange e ride.”
“Simon. Tu credi che io sono sciocca.”
“Ti prego Amina. Cerca di capire.”
“Non ti piace. E’ questo, vero? Non sono bella.” Ora guarda di nuovo in basso. Fa scorrere un dito sulla stuoia, disegna arabeschi invisibili.
“E’ perché non sono come te?”
“Ma cosa dici? Sei bellissima. Sei una bambina bellissima e io sono un uomo straniero.”
“Ma no. Tu sei Simon e basta.” Si avvicina ma senza toccarlo.
“Non sei un uomo straniero. Sei solo Simon.”
“Se vuoi che non ti prenda per una sciocca, non dire sciocchezze.”
“Lo sciocco sei tu. Non sai niente” dice, perentoria. Incrocia le braccia sul petto, alza il mento.
“Mia cugina Salka è sposata e ha un anno meno di me. Mia mamma ha avuto Yslem che aveva i miei anni, mia sorella…”
“Ma perché proprio io? Eh?”
“ …Whara è promessa, mia…”
“Vuoi che mi mandino via?”
“No.”
“E allora. Lasciami stare.”
“Ma io voglio.”
“Io non voglio.”
“I tuoi occhi dicono che vuoi. La tua bocca dice una bugia.”
Simone sospira. Sembra proprio una donna. Ma sa per certo che non lo è. Qui tutto sembra diverso da quello che è. Qui è tutto diverso. Qui è un casino. Un gran casino. E fa un caldo boia stanotte.
“La sai lunga tu. Quanti anni hai, gran donna?”
“Ne ho tredici e mezzo e so cucinare, so cucire, so pulire e so usare il computer”
“Al mio paese sei una bambina.”
“E tu? quanti anni hai?”
“Ne ho ventisei, che è proprio il doppio di te.”
“Al tuo paese sei un bambino anche tu. Ci sono stata tre volte a Livorno.” mostra il mignolo, l’anulare e il medio, “Io le so le cose. Io conosco la tua gente. Io ascolto.”
Simone sorride “Diavolo di una donna in miniatura. Hai sempre ragione tu, eh?”
Lei si avvicina di più.
“Lo sciocco sei tu” si appoggia, gli si infila tra le braccia.
“Ma non capisci che lo faccio per te, perché ti voglio bene?” dice lui. Le accarezza la testa.
Lei si strofina, lo spinge e si trovano sdraiati sulla stuoia, abbracciati.
“Non dobbiamo fare queste cose, Amina. Cosa dirà tuo padre, ci hai pensato? E la tua mamma?”
“Sposami.”
“Ah ah! Ma cosa dici. Non posso sposarti.”
“Perché no?”
“Perché non voglio.”
“Allora non mi vuoi bene. Sono brutta? Senti le mie puppe come sono grandi e piene” gli prende la mano, se la appoggia sul petto “I miei fianchi sono larghi e la mia schiena è forte, posso fare molti bambini.”
“Oddio.” Simone rotola via, lei lo raggiunge, gli si sdraia sopra. Lui la prende per le spalle, la stacca da sé, la rovescia da una parte.
“Basta. Non dire queste cose. Non dirlo mai più.”
“Perché?”
“Perché no.”
“Non è la verità?”
Simone chiude gli occhi. La verità. La verità è che fa caldo, un caldo boia. Respira forte col naso. Due, tre volte. Si mette le mani sulla faccia.
Quando era piccolo sua sorella gli prendeva tutti i giocattoli. Il lego, le macchinine. Gli prendeva i giochi in scatola anche se non li sapeva usare. Li portava in camera sua e diceva Mio! Mio! Poi dopo due giorni non se ne ricordava più e lui, senza farsi vedere, li riportava indietro. Che riccioli biondi aveva Cate. Chissà cosa starà facendo in questo momento.
Scuote la testa come un cane che esce dal fiume. Poi le pianta in faccia lo sguardo più cattivo che riesce a fare.
“Sì, è la verità. Sei bella. I tuoi seni sono grandi e morbidi. I tuoi fianchi accoglienti. I tuoi occhi brillano come venere accanto alla mezzaluna. La tua pelle profuma d’ambra e di rose, il tuo culo, poi, è una poesia. Sei più desiderabile di tutte le huri del paradiso.
Ma hai tredici anni e io non mi voglio sposare.”
Lei sbuffa. Scrolla la testa. Lo guarda come un bambino capriccioso.
“Va bene. Se non vuoi sposarmi allora sarò la tua concubina.”
“Ah ah, questo taglia la testa al toro.”
“Quale toro?”
Le dà un buffetto sul naso. Sorride. “Che cazzo di situazione” dice tra sé “e non le ho nemmeno dato il regalo.” Il tic è passato. Il nervoso è passato. Inshallah.
“Senti. Si è fatto tardi. Io sono stanchissimo, non ne posso più. Adesso vado a dormire.
Tu.
Tu fai quello che ti pare.”
“E il tè?”
“Niente tè.”
“Tanto si era freddato” alza le spalle, sorride.
Simone si tira su faticosamente, va a sdraiarsi nell’amaca. Lei lo segue. Gli si rannicchia di fianco.
Dalla finestra entra la brezza tiepida del deserto.

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