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Vado a Monza quando voglio

vado a Monza quando voglio

Ho ricominciato a guidare dopo dieci anni a piedi e ce la posso fare. Ho a disposizione un’auto diversamente giovane come me, andiamo molto d’accordo: è maneggevole e buonissima, ubbidisce come una cavalla paziente che ne ha viste molte e risponde alle briglie senza imbizzarrirsi mai, basta un tocco leggero e mi capisce, è come me.
Che te ne fai dell’auto tu che hai l’ufficio praticamente a casa, vorrebbero dirmi i miei piccoli lettori.
Mi seve per andare a Monza.
Monza è il luogo dove succedono le cose: le riunioni, i corsi, a volte il consiglio direttivo, a volte gli incontri preparatori degli eventi, le occasioni da non perdere. Monza caput mundi, caro mio.

Ma io vado a Monza quando voglio

Sono andata a Monza qualche mese fa per partecipare a una riunione per il progetto Be Fair Take Care, una grande opportunità e un lavoro interessante. Ho percorso il viale Fulvio Testi che poi diventa viale Lombardia e dove la strada diventa bretella ho sbagliato e mi sono trovata in un posto diverso da quello dove dovevo essere, molto molto lontano, a occhio potevano essere 50mila anni‐luce da casa, un sole straniero dava una gelida luce azzurra e la gravità doppia di quella cui ero abituata faceva d'ogni movimento un'agonia di fatica, o almeno così mi sembrava.

Non ci si può fermare lì, non c’è il marciapiede o la piazzola, la circolazione è veloce, il traffico scorrevole, la via è quella delle decisioni irrevocabili.
Io entro in affanno, perdo il senso dell’orientamento, mi sudano le mani, mi aumenta la frequenza cardiaca e la temperatura corporea. Ho paura delle biforcazioni, ma soprattutto ho paura delle svolte che portano in autostrada.
Non ho paura dell’autostrada, se devo andare in autostrada ci vado, si capisce. Ho paura di capitare per sbaglio in autostrada e non poter tornare indietro. L’autostrada è quella cosa che se sbagli ti tocca arrivare fino alla prossima uscita e non puoi tornare indietro e questa eventualità mi riempie d’angoscia.

Sono una donna coraggiosa e non ho paura di quasi nulla: non degli animali piccoli e grandi, con i quali posso intessere rapporti di grande reciproca cordialità, non degli uomini e della donne, non ho paura nemmeno dei ladri, dato che non possiedo beni di grande valore che mi possano essere sottratti: quando ho subìto lo scippo violento di una collanina d’oro che mi è stata strappata dalla gola non ho avuto il minimo timore, solo una grande rabbia che quello corresse troppo più forte di me per farsi prendere. Non ho paura delle armi da fuoco, con le quali ho stabilito una confidenza sin da bambina quando mio papà mi mandava a cambiare il bersaglio nella buca; non ho paura dei pesci, anche se grossi e dentati che ho imparato a slamare con destrezza e a stordire, se necessario, colpendoli sulla testa con attrezzi adeguatamente contundenti. Non ho paura della fatica e del lavoro, del caldo e del freddo, non ho paura del buio ma ho paura delle bretelle delle tangenziali, si chiama svincolofobia, è una patologia molto rara, infatti credo di essere l’unica in Italia ad esserne affetta, forse in Europa: nel nuovo continente non so, non ci sono abbastanza dati per mettere su un panel attendibile.

Ma sono una donna coraggiosa, l’ho detto? coraggiosa e cocciuta, dato che mi sono messa in testa di vincere la mia svincolofobia per poter andare a Monza ogni volta che mi pare e mi piace.
Sabato scorso era il grande giorno. L’ora della vendetta era arrivata. Monza, a noi due!
Mi sono fatta spiegare una strada senza svincoli, solo qualche innocua rotatoria garantita camionabile senza pedaggio con facoltà di inversione a u. Per sicurezza ho studiato a memoria il percorso e l’ho salvato sullo smartphone, ho impostato il navigatore con tutte le destinazioni principali e di emergenza, ho scritto su un pezzo di carta i nomi delle vie.
Mi sono preparata per tempo e al momento di uscire di casa non sapevo più dove avevo messo le chiavi della macchina, sono scherzetti che mi faccio a volte quando il percorso che devo affrontare passa nelle vicinanze di una possibile strada extraurbana a senso unico senza vie d’uscita.

Mi sono detta ehi, non fare la furba, guarda che ci andiamo lo stesso a Monza, a costo di collegare insieme i fili per far partire il motore dopo aver rotto il finestrino con un sasso (scherzo Moosir, giuro, è solo una finzione letteraria!). Dopo dieci minuti di tira e molla ho ceduto, le chiavi erano in una taschina secondaria dello zainetto, una di quelle mai usate che non sapevo nemmeno che esistesse.
E sono partita e tutto è andato bene, non ho sbagliato strada neanche una volta e sono arrivata in un tempo ragionevole, se avessi visto subito il posto dove dovevo andare, che era proprio lì dietro di me alle mie spalle, non avrei fatto nemmeno quei cinque minuti di ritardo, ero proprio fiera di me e infatti lo dicevo a tutti.

Al ritorno il navigatore a un certo punto, bastardo, ci ha provato a mandarmi in tangenziale! Ma non ci sono cascata, ah ah. Ho tirato dritto, altro che alla rotonda prendi la seconda uscita: li ho visti i cartelli verdi in agguato.

Adesso vado a Monza quando voglio.

 

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