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Lui e me - Seconda parte: le proiezioni

Pagina 3 di 3: Seconda parte: le proiezioni

Cominciai a tenere un diario.
A questo scopo m’ero comprata un grande quaderno ad anelli con una serie di divisori colorati, a ciascun soggetto avrei dedicato una sezione: avrei applicato alla missione tutta l’efficienza e la precisione analitica di cui ero capace.

Ero convinta che la fine dell’anno scolastico mi avrebbe restituito parte dell’auspicata libertà di movimento che mi era irrinunciabile e di conseguenza, speravo, una grande messe di ulteriori elementi d’indagine. Le sezioni diligentemente compilate non erano ancora molte, assolutamente insufficienti, secondo il mio progetto, a delineare un quadro esauriente del problema: era necessario esplorare, raccogliere e catalogare molto più materiale. Ma i custodi della mia virtù non erano dello stesso avviso e decisero, contro la mia volontà, di spedirmi immediatamente in montagna dalla nonna, la quale in fatto passatempi adeguati a una giovane nel pieno dello sviluppo ormonale era, se mai fosse stato possibile, ancora più severa dei miei carcerieri abituali: il massimo della franchigia consisteva nell’andare a mangiare il gelato dalle nove alle nove e trenta, per il resto si trattava di sottoporsi a salubri passeggiate nei boschetti prospicenti la baita, la qual cosa avrebbe anche potuto avere qualche attrattiva se fosse stata compiuta con altra compagnia che non contemplasse esclusivamente lei stessa e le sue amiche ottuagenarie.

Dopo due settimane di permanenza non avevo conosciuto ancora nessun individuo dell’altro sesso che fosse d’età inferiore ai cinquant’anni e superiore ai dieci e il protrarsi di questa situazione abbatteva il mio stato psicofisico fino a farmi rasentare l’apatia. Passavo le giornate sul letto sfogliando riviste e covavo nel mio intimo impraticabili propositi di fuga. La nonna non mi mollava nemmeno per andare a fare la spesa, con la scusa che la mia compagnia, per quanto taciturna e uggiosa, la ripagava di tutti i mesi di solitudine invernale ai quali non s’era mai potuta abituare dalla morte del marito.

La mia salvezza giunse inaspettata sotto le sembianze di una mia cugina che era venuta con un’amica a passare qualche giorno in montagna con noi. Il caso volle che la modesta residenza della nonna non potesse contenere queste due ulteriori ospiti, che avrebbero alloggiato in una loro tenda canadese montata nel vicino campeggio, appoggiandosi alla nonna comune per i pasti e altre comodità di cui la mediocre struttura turistica era carente.

La tenda si rivelò essere a tre posti, l’amica simpatica e la cugina quel tanto più grande di me da fornire alla nonna le credenziali di affidabilità e soprattutto, moralità necessarie e sufficienti alla realizzazione del mio piano: chiesi, supplicai, scongiurai e strepitai tanto che alla fine mi fu concesso di unirmi alle ragazze, quantomeno per il riposo notturno.

Non conoscevo bene mia cugina e non avevo mai visto la sua amica: le due ragazze tentarono qualche obiezione alla mia invasione del loro ristrettissimo rifugio e fu molto probabilmente grazie a questa resistenza che ottenni l’agognato permesso, essendo spesso negli adulti radicata la convinzione che in caso di complicità è sempre meglio negare che concedere troppo sollecitate autorizzazioni.

Quando fummo sole nella penombra della tenda estrassi dallo zaino il quaderno ad anelli: spiegai alle mie coinquiline che ero tremendamente in arretrato con la raccolta dei dati e mostrai loro tutte le pagine bianche che mi rimanevano da riempire. Entrambe diedero prova di un interesse esuberante e sincero per i miei appunti e vollero che illustrassi ogni dettaglio relativo agli schemi che avevo abbozzato piuttosto sinteticamente, domandando chiarimenti e particolari su ogni atto o circostanza descritta. Io accontentavo volentieri la loro sete di sapere, ero molto orgogliosa dell’importanza che mi stavano dando: non mi capitava spesso di trovare persone più grandi che mi stessero ad ascoltare così volentieri. Spegnemmo le torce che era molto tardi, il campeggio era silenzioso e solo qualche grillo si faceva sentire, in lontananza. Nonostante il buio pesto, nessuna delle tre riusciva a dormire: io mi giravo e rigiravo nel sacco a pelo e sentivo parecchio movimento anche al mio fianco.

Eravamo ancora sveglie quando una luce improvvisa e abbagliante inondò la tenda e dentro questa luce un’ombra nitida e nera. Aveva una forma stretta e allungata con i bordi leggermente corrugati e l’apice tondeggiante e appena un poco più esteso dell’asta che lo sollevava. Occupava tutta la parete della tenda, disegnandosi nettamente come se una sagoma fosse tenuta davanti a una lampada che proiettava la luce verso la nostra tenda. Dopo un attimo di sgomento indovinammo quale potesse essere il punto di partenza di quel profilo: soffocando il riso aprimmo la cerniera della tenda per vedere a chi appartenesse l’originale in tre dimensioni utilizzato per questa rappresentazione. Immediatamente la luce si spense e il breve tempo che ci fu necessario per uscire gli bastò per darsi alla fuga.

Passammo il resto della notte a far congetture.

La mattina dopo, non ostante gli occhi gonfi per l’insonnia e la schiena dolorante per la scomodità del giaciglio cercammo di trattenerci il più a lungo possibile nel campeggio, che sapevamo popolato in prevalenza da comitive di giovani amanti della montagna, per avviare un’indagine sulla breve apparizione notturna, ma purtroppo all’ora del nostro risveglio erano quasi tutti partiti per escursioni nelle valli che circondavano il paese. Sperammo in una replica dello spettacolo per rimandare alla notte stessa lo svelamento del mistero e ci ripromettemmo, in caso, di essere più accorte e veloci in modo da cogliere il proiezionista sul fatto.

Quella sera ci coricammo molto presto e restammo in trepida attesa: evitammo di chiudere la cerniera lampo della tenda per non mettere in guardia il colpevole con il caratteristico rumore e ci preparammo a una rapidissima e silenziosa uscita. Ma quando la luce e poi la relativa ombra finalmente si mostrarono, tutti i nostri propositi di cautela vennero meno e nel tentativo di precipitarci fuori tutte e tre contemporaneamente ci impicciammo l’un l’altra, provocando sufficiente trambusto da far volatilizzare l’oggetto della nostra curiosità prima di poterne scorgere financo la sagoma.

E così fu per le notti successive: per quanto rapide e silenziose riuscivamo a essere, tanto più rapida e intangibile si rendeva la nostra puntualissima preda. Era per noi diventata una questione di principio, tanto che passavamo le giornate e le notti a discutere di strategie e piani d’azione e complicatissimi stratagemmi che inesorabimente fallivano per qualche imprevisto contrattempo.
Bisogna anche ammettere che l’idea di un segreto ammiratore che sfidava la notte per venire a farci visita era molto affascinante: come un moderno Zorro sguainava la sua spada per noi senza svelare il suo volto. Chi avrebbe potuto resistere alla curiosità? In questo modo, chiuse in tenda o chiuse in casa a discutere tra noi non eravamo riuscite a fare nessuna nuova amicizia, scansavamo gite e passeggiate e dal nostro colorito pallido e stanco non si sarebbe detto che eravamo in vacanza.
Perfino la trovata di fissare negli occhi tutti i ragazzi che incontravamo nei vialetti dell’accampamento per scorgere un tremito o un’incertezza che li potesse tradire si rivelò poco efficace: tutti quanti senza eccezione ammiccavano divertiti ai nostri sguardi e cercavano di attaccare bottone. Ma in quel momento non ci interessava piu: una volta scartati per la disinvoltura che dimostravano, segno inequivocabile di innocenza, li snobbavano con dignitosa compostezza.

Le vacanze di mia cugina stavano per terminare e, giunta l’ultima sera, avevamo ottenuto dalla nonna il permesso di cenare in pizzeria. La circostanza, che offriva il massimo della mondanità pensabile in quei luoghi, ci aveva fatto dimenticare per qualche ora la nostra fissazione e a quel punto ci eravamo arrese al principio di realtà. Già pensavamo al nostro ritorno e agli amici di scuola quando, inattesa e ormai insperata, l’idea decisiva si prospettò con tutta la sua risolutoria semplicità: avremmo finto di entrare in tenda come al solito e poi, al momento di spegnere le torce saremmo sgaiattolate fuori, nascondendoci nei pressi in modo da sorprendere alle spalle il nostro uomo.

Trattenendo risolini di eccitazione mettemmo in pratica il piano con notevole anticipo sull’orario abituale delle incursioni, in modo da avere la certezza di non essere viste e raggiungemmo i nostri posti di osservazione strisciando nel buio più completo di una notte senza luna. Ci eravamo nascoste dentro cespugli di pitosforo ai vertici di un triangolo più o meno equilatero di cui la tenda occupava il centro, da qualunque parte fosse arrivato lo avremmo sorpreso non appena avesse acceso la lampada. La notte era fresca e umida, avevamo dovuto coprirci con parecchi strati di indumenti, eravamo tutte agitate e pronte alla muta attesa, pregustando con l’immaginazione il momento in cui avremmo smascherato il temerario, di cui ognuna delle tre aveva tracciato un ipotetico contorno nella fantasia. Non sapevamo se sarebbe stato giovane o anziano, alto o basso, biondo o bruno ma avevamo imparato a conoscere molto bene un particolare della sua anatomia e tanto bastava a renderlo interessante ai nostri occhi. Non avevamo nemmeno previsto con precisione quello che gli avremmo fatto nel momento in cui fosse stato inchiodato alle sue responsabilità: di certo l’avremmo circondato per bloccarlo, il resto sarebbe venuto da sè.
Man mano che i battiti dei nostri cuori si acquietavano e il nostro respiro riprendeva un ritmo più regolare il silenzio forzato si convertiva in noia e la noia in ciondolante sonnolenza. Era necessario resistere, ormai la soluzione era a portata di mano, non si poteva cedere così vicine alla meta a costo di tenere le palpebre aperte con le dita per tutto il tempo necessario o praticarci neurotonici pizzicotti sulle guance.

Il tempo gocciolava lentamente scandito dai grilli lontani.

Vegliammo tutta la notte. Quando il primo livido chiarore ci rese visibili attraverso le fronde dei nostri nascondigli prendemmo atto della verità: il proiezionista non si sarebbbe più presentato.

Ancora oggi, dopo tanti anni e tante sagome disvelate, ogni tanto ripenso alla beata ingenuità di quelle notti d’estate e mi piacerebbe non sapere nulla per poter ricominciare a imparare. Ora sono una donna e conosco abbastanza bene l’intervallo in cui collocare forme, temperature e umidità relative. Ho imparato a far funzionare il meccanismo in tutte le circostanze, ho preso un master con lode alla Bocconi e ripetute attestazioni di stima da eminenti studiosi, praticanti per diletto o semplici curiosi.
E però, lo confesso, ogni volta che mi avvicino a un nuovo caso (o coso) è sempre una bella sopresa.

(Se trovo il seguito, che avevo scritto quando andavo ai laboratori di Paolo Cognetti, lo pubblico per la prima volta qui: promesso)


Commenti al Post:

Midnight_Shadow il 03/12/06 alle 19:51 via WEB
È bello avere gli amici che ti fanno ridere nel momento del bisogno. Grazie, sciura Camèl :)

LaDonnaCamel il 03/12/06 alle 20:01 via WEB
siam qui apposta! :*)

illegalefancazzista il 04/12/06 alle 17:42 via WEB
è proprio vero... investiamo troppo in ricerca ;)

LaDonnaCamel il 04/12/06 alle 20:03 via WEB
mio caro (perchè ora sei mio eheh;) investire è il mio hobby!

Anonimo il 04/12/06 alle 21:24 via WEB
ah quindi non era sbadataggine quando hai tirato sotto la vecchietta!!! (M_S)

LaDonnaCamel il 04/12/06 alle 21:45 via WEB
certo che no, anche se sono pochi punti fanno sempre capitale

 

 

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